UN-FAMILIAR è un progetto fotografico composto da nove scatti fotografici. In un momento storico in cui il fenomeno gender sta monopolizzando i dibattiti sull'educazione e il ricorso agli stereotipi rappresenta una facile scorciatoia all’interpretazione della realtà, Moriconi decide di presentare le varie sfaccettature attraverso le quali si esprime la famiglia contemporanea, tematica dunque attuale, ma anche ampiamente ricorrente nella ritrattistica fin dall’epoca romana. La famiglia, valore e assetto fondante della società italiana, è anche, come ci ricorda l’ammiccante gioco di parole che dà il titolo alla mostra, il luogo dell’ignoto, dell’estraneo. In una società sempre più liquida, secondo la definizione di Bauman, attanagliata dalle incertezze del futuro e dal dissipamento del consumo frenetico, s’impone allora una riflessione sull’identità fluida dell’universo famiglia che, malgrado le contestazioni e i rivolgimenti, ha tuttavia superato il secolo breve con rinnovato vigore e straordinaria capacità di adattamento e rimodulazione.

Con UN-FAMILIAR Moriconi è riuscito a cogliere l’intimità quotidiana della famiglia, decontestualizzata dai consueti luoghi domestici ove spesso viene ritratta. Esuli dal focolare privato, i nuclei familiari raffigurati, i cui legami sono autentici e non ricostruiti per il set fotografico, cercano un nuovo spazio per poter esprimersi, affermarsi, evolvere e lo trovano all’esterno. Abbandonano maestose, decadenti e talvolta inquietanti dimore situate tra la Toscana e la Puglia, per conquistare una dimensione en plein air, a contatto con una natura pascolianamente accogliente e vivificante. Le foto, a differenza dei ritratti in bianco e nero dei primi del '900, i cui protagonisti erano immobili difronte alla macchina fotografica e costretti in pose innaturali, raccontano momenti di vita quotidiana, con la spontaneità e le contraddizioni che li caratterizzano. Chiari sono i riferimenti ad opere come le Déjeuner sur l'herbe di Manet e ai dipinti del realismo francese.

L’artista presenta varie modalità dello stare assieme, al di là degli stereotipi e delle certezze comuni, dando risalto a dinamiche di condivisione e ad affetti puri. È il caso delle due amiche, colte quasi in un momento di estasi compita. Oppure delle tre donne che, nella circolarità e nella sintonia dei loro sguardi, richiamano la Visitazione del Pontormo, pittore caro all’artista lucchese.

Il ritratto delle gemelle si configura invece come una sorta di omaggio all’affascinante quanto perturbante tema del doppio, eco evidente delle Due Frida dell’artista messicana Frida Kahlo. La separazione dalla casa qui è più che mai netta, il senso di abbandono del luogo più evidente. Nella loro muta affettività si esprime la loro ricerca di nuovi punti di riferimento, in un altrove più rassicurante.

Fra i nuclei familiari più strutturati spicca la famiglia arcobaleno, simmetrica ma al contempo diversa rispetto alla famiglia tradizionale o a quella interculturale. Lo sguardo dei due padri si polarizza sui due figli come per voler proteggere e confermare una scelta di libertà.

Alcuni scatti ci rammentano anche la vulnerabilità e la caducità dei legami affettivi. Ne è un esempio il lutto rappresentato dall’immagine dell’anziana vedova che, come una sorta di parca rassegnata e immutabile, lavora a maglia annodando i fili di un passato che è ormai solo un ricordo. O la solitudine, voluta o subita, della donna col vestito a fiori, tenace ed emancipata Madonna contemporanea che, cingendo con lo sguardo i propri figli, difende il proprio ruolo di donna e di madre, giungendo così a completare con la sua presenza un paesaggio agreste in cui la natura mitiga lo sfacelo della decadenza.

La solitudine è presente anche nel ritratto della transessuale Regina, figura austera, misteriosa e al contempo fragile, il cui volto è, come direbbe Lévinas, pura epifania, nudità che si rivela, incontra l’altro e lo interroga. Vestita, in pieno giorno, con un abito da sera rosso, la figura spicca al centro di una natura ordinata e desolata, rivendicando il diritto ad una fisicità scelta, mostrata con grazia e discrezione.

I ritratti di Mauro Moriconi si stagliano sulla superficie di alluminio, sua cifra stilistica e operativa in ambito fotografico, con tutta la loro lieve clarté, immersi in un universo di simboli ed elementi decorativi – i cani, la frutta – che ricordano le tele di Velazquez o di Van Eyeck, sospesi tra tradizione e contemporaneità. Le figure diventano puri correlativi oggettivi di emozioni sottili e pacate. La loro presenza suscita curiosità e condivisione ed è portatrice di sentimenti universali e imperituri.

Se nel secolo scorso André Gide gridava provocatoriamente dalle pagine delle sue Nourritures terrestres “Vi odio famiglie!”, Moriconi qui sembra lanciare un grido altrettanto provocatorio, ma di segno opposto: “Vi amo famiglie!”. Il suo sguardo osserva e include senza giudizio, invitando lo spettatore a scivolare sulle sue superfici impresse e sapientemente incise con la delicatezza e l’attenzione che si richiede a chi osserva i complessi mutamenti della nostra società.

Paola Martini